Un grande regno unifícalo

Il decimo Inca Túpac Yupanqui (1471-1493) conti­nuó la politica espansionistica dei suoi predeces­sori, imponendo tributi sempre piú gravosi alle popolazioni sottomesse. L’Impero raggiunse il suo apice proprio alla vigilia della Conquista spagnola guando sul trono salí l’ultimo grande Inca, Huay­na Cápac (1493-1527), l’undicesimo della dinastia, che riuscí ad annettere i territori dell’estremo nord, unificando l’intero regno che ormai si esten­deva per piú di 6000 chilometri dall’Ecuador alle regioni settentrionali del Cile.

Cuzco, la «cittá tutta d’oro» situata a piú di 3000 metri di altitudine al centro della Cordigliera andina, divenne una capitale cosmopolita, considerata il perno del mondo inca e abitata da circa 300 000 persone provenienti da tutte le province del regno. Il Tempio del Sole, la reggia, i palazzi dei no­bili e gli edifici pubblici erano costruiti con immensi blocchi di pietra levigata, posati a incastro gli uni sugli altri senza alcun legante cementizio, mentre le abitazioni comuni erano costituite da piccole case in adobe. Le strade erano lastricate e affiancate da canali nei quali scorreva perennemente I’acqua. Nei magazzini si accumulavano i tributi destinati all’Inca e alla popolazione nei periodi di carestia o di guerra: vi venivano stoccate cataste di mais, patate, tessuti, foglie di coca, armi, e nelle antiche cronache si legge che a Cuzco venivano depositati ogni anno piú di 170 chili d’oro e circa 600 chili d’argento.

II trofeo di tutti trolei Cuzco, come la maggior parte delle cittá del re­gno, non era cinta di mura, ma veniva protetta da una serie di fortezze erette a distanza regolare dalla capitale. Una di queste cittadelle é Sacsayhuamán, costruita come dice Garcilaso de la Vega per essere «il trofeo di tutti i trofei», cioé un’opera che superasse tutte le altre: giganteschi blocchi di pietra formano una triplice muraglia con massi che raggiungono le 360 tonnellate di peso e si é calcolato che fu necessario l’impiego di circa 20 000 uomini per trascinarli dalle cave a valle senza l’ausilio di carri (gli Inca ignoravano la ruota) o bestie da soma (l’animale piú difuso, il lama, pub caricare al massimo 45 chili). Altre fortificazioni a guardia della Valle Sacra degli Inca si troyano nella Valle del Rio Urubamba, a Pisac, che possiede tra le sue mura una colonna solitaria al centro di una costruzione ellittica che serviva per misurare il cammino del solé, e a 011antaytambo, una roccaforte monumentale dai muri trapezoidali che precedono un maestoso Tempio del Sole.

La piú celebre di queste cittadelle si trova sul Machu Picchu (la «vecchia cima»), costruita a 2450 metri sul livello del mare, tra le gole della Valle dell’Urubamba e dell’Apurimac, e fu scoperta soltanto nel 1911 dall’esploratore statunitense Hiram Bingham, arrivato in Perú alla ricerca delle «montagne d’oro» di Choqquequirau.
Terrazzamenti, scale, templi, torri, palazzi e mausolei si ergono su uno strapiombo vertiginoso, di fronte al picco di Huayna Picchu, disseminato anch’esso di rovine. Gli edifici sono costruiti con enormi massi a incastro che combaciano perfettamente, squadrati e lisciati con semplici attrezzi di bronzo, pietra e materiali abrasivi.

Alla meta del XVI secolo la cittá venne abbandonata e mai piú abitata e guando Bingham si avventura per la prima volta tra le imponenti rovine coperte dalla vegetazione, credette di trovarsi di fronte all’ultima misteriosa capitale Vilcabamba, la roccaforte dell’Inca ribelle Manco Cápac II, ma ulteriori ricerche hanno stabilito che Vilcabamba é identificabile con i resti di un’altra cittadella situata piú a nord, tra le inaccessibili montagne che circondano il villaggio di Espiritu Pampa.

Tutte le cittá e fortezze dell’Impero erano collegate da una gigantesca rete stradale che partiva da Cuzco: le due arterie principali, i «camiños rea­les» lungo il litorale e sulla Cordigliera, coprivano una distanza di quasi 6800 chilometri. Le vie di comunicazione erano larghe fino a 16 metri, in parte lastricate, protette da murá in adobe nelle zone desertiche, dotate di stazioni di sosta ogni 40 chilometri i tambos e per superare i dislivelli e gli ostacoli naturali ci si serviva di gradinate scolpite nella roccia, di funi e cesti tirati sopra i fiumi e di ponti di corde e assi sospesi sulle gole. Le strade erano di exclusiva proprietá dell’Inca ed erano percorse da centinaia di messaggeri e dalle truppe dell’Impero.

L’autoritá assoluta, suprema e inappellabile era costituita dall’Inca, venerato come un dio grazie alla sua discendenza da Inti, il Sole, e padrone di tutte le cose e di tutti gli uomini del regno. Ai sudditi si mostrava con il volto velato e nessuno poteva toccarlo né guardarlo negli occhi, neanche i dignitari piú alti della corte, che potevano avvicinarsi al sovrano soltanto in posizione china e per mostrare la massima deferenza alcuni si caricavano dei pesi sulle spalle in atto di totale sot­tomissione. I cibi e le vesti dell’Inca erano tabú e dopo l’uso venivano sigillati e bruciati. Il sovrano sceglieva la sua sposa, la coya, tra le proprie sorelle, ma possedeva anche centinaia di concubine ed era servito dalle aclia, le sacerdotesse del Templo del Sole che egli poteva dare in spose al nobili della corte. Gli era dovuta obbedienza totale e a lui era riservato un terzo delle ricchezze e del raccolti del regno (le altre due parti erano desti­nate alla popolazione e al culti). Alla sua morte la salma veniva mummificata, ricoperta di doni d’oro, avvolta in ricchi mantelli ricamati e deposta in una cavitá naturale. Nelle credenze degli Inca il defunto non cessa di vivere e continua a emanare forza vitale e capacita oracolari: durante i riti religiosi piú importanti, come la cerimonia dell’«Inti Raymi» a Cuzco, le mummie dei sovrani venivano riesumate ed esposte sul Templo del Sole, fatte sedere su seggiole d’oro e riverite con ribo e do-ni come se l’Inca fosse in vita.

II culto dei morti era legato anche alla huaca, una parola in lingua quechua che significa «luogo sacro»: huaca poteva essere una tomba, un colle, un edificio o le stelle, che diventavano luoghi di venerazione visibili all’occhio umano tramite una fitta rete di linee immaginarie, le ceques, che compone-vano una virtuale mappa astrale. Dai 41 punti di osservazione del Tempio del Sole di Cuzco partivano ben 328 linee ideali che si congiungevano ad altrettante huacas sparse tra cielo e terra. La religione degli Inca verteva intorno al culto del Sole, ma col tempo altre divinitá entrarono a far parte del pantheon degli déi, talvolta ereditate dalle culture preincaiche, come Viracocha, il dio che aveva plasmato i primi uomini nell’argilla, o Inti (llapa, il dio dei Temporali che portava la pioggia, e la Madre Terra Mama Pacha che proteggeva i raccolti. Agli déi venivano portate offerte preziose e in loro onore si celebravano sacrifici di sangue, specialmente di animali, ma talvolta anche di bambini.

L’organizzazione statale si articolava secondo una rigida struttura gerarchica piramidale, al cui apice era l’Inca, seguito da nobili e sacerdoti, da fun­zionari e governatori locali, e poi da militari, artigiani e agricoltori, fino all’ultimo gradino della scala sociale, costituita da servi. In un’economia basata principalmente sull’agricoltura e sull’allevamento erano di massima importanza gli ayllu, le comunitá regionali legate da un comune vincolo di parentela, amministrate dai curacas, i capi-tribú che controllavano il lavoro domestico, la distribuzione dei raccolti e il pagamento dei tributi all’Inca. Non esisteva la proprietá privata delle terre, che venivano invece coltivate dalla collettivitá che in cambio riceveva una parte del raccolto secondo il bisogno, mentre tutto I’eccedente era destinato alle classi privilegiate. La politica «comunitaria» delle Ande aveva certamente i suoi lati positivi, ma non si deve dimenticare che l’Impero era governato da un regime totalitario e autocratico. Nei periodi di carestia o guando c’era bisogno di aumentare la fornitura dei tributi alla capitale, l’Inca faceva deportare intere popolazioni verso terre lontane per coltivare i campi. Il trasferimento forzato dei lavoratori veniva chiamato mitima e questo sistema si é mantenuto fin dopo la Conquista spagnola. La mitima dei coloni serviva anche a consolidare il potere dell’Inca nelle province piú remote e a mescolare le popolazioni tra loro, creando nuovi legami di sangue e scongiurando in questo modo le guerre tribali.

Nella societá Inca non esisteva la scrittura e anche il calendario era sommariamente suddiviso in due grandi stagioni quella arida e quella piovosa complessivamente di 328 giorni, divisi in 12 mesi. L’unico sistema di controllo amministrativo era costituito dalle quipus, cordicelle colorate e anno­date con le quali venivano registrate con estrema precisione le merci, i tributi e i debiti. La compila­zione e la lettura dei quipus erano affidate a pochi eletti della cerchia personale dell’Inca e probabilmente i computi contenevano anche altre informazioni, sconosciute al posteri, come cronologie e il censimento della popolazione.
Dai cronisti ci é stata tramandata un’immagine idealizzata degli Incas, quella di una societá felice, ordinata e razionale, dove regnava un benessere difuso grazie alla distribuzione capillare dei beni comuni come cibo e vestiario: quale fosse la realtá non lo sappiamo, ma certamente non poteva es­sere peggiore del regime di soprusi e sfruttamento che attendeva gli Indios dopo la brutale Conquista spagnola del 1532.

Nel 1534 giunse nel porto di Siviglia in Spagna una nave carita d’oro che suscitó stupore in tutta Europa: si trattava del trasferimento di un ingente bottino di guerra circa 10 tonnellate d’oro e 70 tonnellate d’argento che il conquistador Francisco Pizarro aveva in parte saccheggiato e in parte estorto alla popolazione del Perú come prezzo del riscatto per il loro sovrano, l’Inca Atahualpa (che in seguito yerra ucciso ugualmente dagli Spagnoli). II carico consisteva in pesanti lingotti d’oro e d’argento prodotti nelle fonderie del Nuovo Mondo, poiché tutti i gioielli e oggetti appartenuti al tesoro reale degli Incas erano stati fusi per facilitare il trasporto, distruggendo in questo modo un patrimonio culturale e artistico di inestimabile valore. La vista di tale ricchezza che proveniva dalle terre appena conquistate alimentó la leggenda che al di lá dell’Oceano doveva trovarsi il Paese dell’Eldorado, una regione dove I’oro scorreva a fiumi, ancora tutta da esplorare.

La leggenda sull’abbondanza d’oro conteneva comunque un fondo di ve­ritá se dobbiamo credere al racconti di alcuni cronisti antichi che erano stati informati dagli indigeni circa uno stupefacente cerimoniale in uso presso la popolazione Muisca in Colombia: una volta all’anno il sovrano di Guatavita si faceva cosparge­re il corpo di polvere d’oro per trasformarsi nel Dorado, l’uomo tutto d’oro, il quale si recava insieme alla sua corte su un lago vicino a Santafé de Bogotá (l’attuale capitale della Colombia), e qui, navigando su una zattera colma di doni preziosi, offriva il suo tesoro agli déi.

Per secoli gli esploratori hanno inseguito il miraggio dell’Eldorado, setacciando a costo della loro vita le foreste occidentali lungo il Rio delle Amazzoni: il Paese non venne mai trovato, ma egualmente il bottino fu ricco di oggetti, sculture e gioielli, tutti prontamente fusi nei calderoni. Soltanto alla fine del secolo scorso ci si rese conto della preziositá dell’oreficeria precolombiana e nel 1892, a 400 anni dalla scoperta delle Americhe, vennero esposti per la prima volta in Europa i tesori che si erano salvati dalle fonderie. Si trattava per la maggior parte di oggetti in possesso della Corona spagnola, tra cui spiccavano il tesoro di Qiumbaya, trovato nelle necropoli reali della Colombia, e dei gioielli appartenenti alle culture preincaiche come quella dei Muisca (600-1536 d.C.), che erano maestri nella lavorazione di lamine d’oro incredibilmente sottili forgiate in figure antropomorfe e zoomorfe, o quella dei Sinú (500-1500 d.C.), che fabbricavano meravigliosi pendenti in filigrana e manici di bastoni che raffiguravano gli animali della fauna locale come cervi e coccodrilli; del tesoro facevano parte inoltre le collane e i ciondoli della cultura Tairona (1200-1536 d.C.) che rappresentavano figure mitologiche dall’aspetto quasi «ba­rocco» e statuine finemente cesellate (lo stesso nome Tairona significa «maestri orafi»), e le maschere funerarie d’oro della regione di Calima (1000-300 a.C.), una delle piú antiche culture della Colombia preincaica. Ma all’epoca della Conquista guando, tra il 1524 e il 1536, Francisco Pizarro e i suoi compagni si avventurarono nella Cordigliera andina, nessuno badava alla bellezza dell’arte o alla millenaria storia delle popolazioni che essi si accingevano ad annientare, accecati come erano dalla cupidigia e dalla rete di potere.

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