Info e consigli di viaggio per Puerto Maldonado

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Informazioni generali

Presentazione

Esuberante, dai boschi infiniti e dai fiumi sinuosi che scorrono fino all’Oceano, Madre de Dios è un dipartimento dove la vita abbonda in tutti gli angoli. Puerto Maldonado, la città capitale, è un passo obbligato per accedere a qualsiasi dei parchi nazionali e delle riserve della zona ed è stato, in diversi periodi, un importante centro di esportazione del caucciù, di legno, di oro e di petrolio. Oggi due delle attività economiche principali del dipartimento sono l’ecoturismo e la raccolta di castagne.

A 10 km da Puerto Maldonado e dopo un’ora e mezza di cammino si trova il Lago Sandoval, circondato da distese di alberi di aguaje, da orchidee, lupunas, rovere e palme mauritias alte oltre 30 metri. Il lago è anche la dimora di una gran varietà di specie come i tucani, i guacamayos, i pappagalli, le gazze, i tapiri, le tartarughe e rifugio della nutria di fiume e del coccodrillo nero, entrambi in pericolo di estinzione. Nei dintorni del lago Valencia, a 60 km da Puerto Maldonado, attraverso il fiume Madre de Dios, vivono diverse comunità indigene dedite alla pesca di donzella, dorado e paiche; ed è anche l’habitat di una varietà di specie di flora e fauna.

Il parco Nazionale del Manu, (1 716.295 ettari), situato nel dipartimento di Cusco e di Madre de Dios, ospita più di 800 specie di uccelli, 200 specie di mammiferi, alberi giganteschi ed è anche la dimora di comunità indigene. Il parco mantiene attualmente il record di avvistamento di uccelli in un solo giorno e in una sola località, con 324 specie diverse.

La Riserva Nazionale Tambopata-Candamo (274.690 ettari) è rinomata perché possiede la maggior diversità di specie di mammiferi, alberi, insetti e uccelli del mondo e detiene il record mondiale di quantità di specie di farfalle. Nel Parco Nazionale Bahuaja-Sonene (1.091.416ettari) si trova l’unica savana umida tropicale esistente in Perù. Da menzionale il lupo di crin e il cervo dei pantani, specie in via di estinzione, così come l’orso formichiere gigante, la nutria gigante, il cane del monte, il coccodrillo nero e l’aquila arpia.

Dati generali

Altitudine:
Capitale: Puerto Maldonado (183 metri sul livello del mare).
Minima: 183 metri (Puerto Maldonado).
Massima: 500 metri (Boca Manu).

Clima: 
La città di Puerto Maldonado ha un clima caldo e umido; la temperatura media annuale ha una massima di 26°C (77 ºF) e una minima di 8°C (24 ºF). La stagione delle piogge va da dicembre a marzo.

Vie di Accesso: 
Terrestre:
Lima-Arequipa-Cusco-Puerto Maldonado: 2180 km (51 ore in bus).
Lima-Nasca-Abancay-Cusco-Puerto Maldonado: 1621 km (49 ore in bus).
Cusco-Puerto Maldonado: 527 km (30 ore in bus).

Aerea:
Voli regolari da Lima (1 ora e 30 minuti) e da Cusco (30 minuti).

Info e consigli di viaggio per Puerto Maldonado.

Peru Paradise Travel Vi propone questa mini-guida di Puerto Maldonado.

Nella parte più meridionale dell’Amazzonia peruviana e vicino al dipartimento di Cusco si trova Puerto Maldonado, una piccola città circondata da innumerevoli mete turistiche per vivere una vacanza a stretto contatto con la natura. Immaginate di camminare tra i parchi e le riserve nazionali di questa impressionante area del Perù? Vi guideremo noi! Qui vi raccontiamo tutto quello che c’è da sapere per sfruttare al meglio i vostri giorni a Puerto Maldonado.

Come arrivare a Puerto Maldonado?

Puerto Maldonado è il punto di partenza per diverse escursioni nella giungla meridionale dell’Amazzonia peruviana. Pertanto, la prima cosa che vogliamo dirvi è come raggiungere questa città.

Sia che si parta da Lima o da Cusco, il modo più veloce per raggiungere Puerto Maldonado è l’aereo (rispettivamente in 90 e 30 minuti). Ma se vi trovate a Cusco e preferite viaggiare in autobus o in mezzo privato attraverso una agenzia viaggi debitamente iscritta al Ministerio del Turismo peruviano. Il viaggio dura circa 10 ore lungo la strada inter-oceanica che collega Perù e Brasile. Se volete saperne di più, vi invitiamo a leggere il nostro articolo su come raggiungere la giungla da Cusco.

Cosa fare a Puerto Maldonado?

Sebbene questa città serva principalmente come punto di partenza per i turisti che vogliono addentrarsi nella giungla, Puerto Maldonado offre anche alcune attività interessanti. Per non farvi perdere nessun dettaglio, vi lasciamo le migliori attrazioni dentro e fuori la città.

Fattoria delle farfalle di Tambopata:

Sapevate che il Perù detiene il record di paese con il maggior numero di specie di farfalle al mondo? A soli 3 chilometri a sud di Puerto Maldonado si trova la prima fattoria di farfalle del Perù, dove vengono esposte farfalle vive. In 600 metri quadrati è possibile esplorare e conoscere l’habitat delle imponenti farfalle amazzoniche, che vivono circondate da splendidi fiori e piante autoctone, ornamentali e medicinali.

Come arrivare: data la sua vicinanza, il modo più semplice è prendere un taxi dal centro città. Inoltre, la fattoria delle farfalle si trova a soli 150 metri dall’aeroporto di Puerto Maldonado, quindi si può cogliere l’occasione per visitarla all’arrivo o prima del volo di ritorno.

Rifugio Amazon:

Come in molti angoli della giungla peruviana, a Puerto Maldonado si trovano centri che si occupano di salvare gli animali e di riabilitarli per farli tornare nel loro habitat naturale. Un esempio è il Rifugio dell’Amazzonia, un luogo dove si trova di tutto, dalle scimmie ai coccodrilli, dai tucani ai pecari, che vivono in totale armonia con il loro ambiente. Come arrivare: il Rifugio Amazon si trova a 25 minuti a sud di Puerto Maldonado, quindi si può raggiungere senza problemi in taxi o mototaxi.

Corridoio ecoturistico di Tambopata:

Il luogo perfetto per chi sta pensando a un viaggio in famiglia. Quattro comunità native di Madre de Dios si sono unite per creare questo corridoio che offre un’ampia gamma di attività: kayak, spiagge nella giungla, passeggiate nelle foreste native, paintball, piscina… ce n’è per tutti i gusti!

Come arrivare: il chilometro zero del corridoio si trova nella città di Puerto Maldonado e il percorso prosegue lungo le rive del fiume Tambopata. Potete fare brevi passeggiate o prendere un mototaxi e fermarvi nei punti che più vi interessano.

Il punto di vista della biodiversità:

In una città in cui le case tradizionali non superano praticamente il primo piano, è sorprendente trovare una costruzione come il Mirador de la Biodiversidad. Questa torre è perfetta per una vista panoramica di Puerto Maldonado e, soprattutto, per godere di un incredibile tramonto.

Come arrivare: il Mirador de la Biodiversidad si trova proprio nel centro della città, quindi si può raggiungere a piedi o, se si preferisce, con un mototaxi.

Riserva nazionale di Tambopata

Iniziamo il nostro tour delle aree naturali più importanti che circondano Puerto Maldonado con la Riserva Nazionale Tambopata, la più vicina alla città. La fauna e la flora di questo luogo sono affascinanti: sono state trovate fino a 632 specie di uccelli, 1200 specie di farfalle, 103 specie di anfibi, 180 specie di pesci, 169 specie di mammiferi e 103 specie di rettili.

Inoltre, meritano una visita gli spettacolari ponti sospesi e i grandi specchi d’acqua, come il lago Sandoval, il lago Sachavacayoc e il lago Valencia. Ma per rimanere veramente affascinati dalla fauna di questa riserva nazionale, visitate il Red Macaw Clay Lick, dove centinaia di ara, parrocchetti e pappagalli si riuniscono per nutrirsi sulle sue pareti d’argilla alte 50 metri e lunghe 500 metri.

Come arrivare: ogni volta che si visita la giungla, è sempre consigliabile essere accompagnati da una guida specializzata, poiché i sentieri sono molto contorti ed è difficile muoversi senza perdersi. Per questo motivo, vi consigliamo di partecipare alla nostra Avventura di un giorno intero a Puerto Maldonado, che comprende trasporto condiviso, guida bilingue (spagnolo e inglese), pranzo e biglietto d’ingresso al parco.

Provincia di Tahuamanu:

Al confine con il Brasile si trova la provincia di Tahuamanu, un altro luogo dove godere di diversi panorami naturalistici. Dopo una passeggiata in città, vi consigliamo di visitare i villaggi circostanti, dove potrete andare a cavallo, fare una gita in barca sulla laguna di Colibri e persino visitare la comunità nativa di Bélgica e le sue foreste di shiringa.

Come arrivare: le città di Iberia e Iñapari, di grande importanza in questa provincia, distano tre e quattro ore da Puerto Maldonado. L’itinerario si snoda attraverso l’Autostrada Inter-Oceanica, un percorso con paesaggi fotografici.

Parco nazionale di Bahuaja-Sonene:

Riuscite a immaginare cosa significhi camminare in una savana tropicale umida? In ogni caso, sembra un buon piano, no? Ebbene, in Perù è possibile farlo nel Parco Nazionale Bahuaja-Sonene, un luogo dove vivono animali affascinanti come il formichiere gigante, la lucertola nera o l’aquila arpia.

Come arrivare: l’opzione migliore per visitare Bahuaja-Sonene è partire da Puerto Maldonado. Qui dovrete prendere una barca a motore per un viaggio di quattro o cinque ore con uno splendido scenario intorno a voi.

Quando è il momento migliore per visitare Puerto Maldonado?

Puerto Maldonado, e la regione di Madre de Dios in generale, si divide in due stagioni: la stagione secca e la stagione delle piogge. Ognuno di essi ha i suoi vantaggi e svantaggi: mentre nella stagione secca si possono fare più attività di trekking, in questa stagione il birdwatching è minore. Nella stagione delle piogge, invece, si incontrano più uccelli, rettili e anfibi. Pertanto, il periodo migliore per visitare Puerto Maldonado dipende dai vostri gusti e da ciò che state cercando in questo viaggio per immegersi a pineo nella meravilgiosa natura peruviana.

Storia e geografia del Madre de Dios

Durante l’impero degli Incas la selva amazzonica occupata dal fiume conosciuto oggi come Madre de Dios veniva chiamata Antisuyo (da cui il nome Antis, Ande). Gli Incas vi ottenevano alcune mercanzie, come oro, coca, piante medicinali e frutta che venivano poi barattate in tutto l’impero.

Secondo l’Inca Garcilaso de la Vega (Commentari Reali, 1609), l’imperatore Tupac Inca Yupanqui, figlio e successore del mitico Pachacutec, intraprese una spedizione nella selva dell’Antisuyo nel XV secolo.

Si narra che partì al comando di un esercito di ben 15.000 uomini e sottomise alcune tribù di Mojos, Amaracaeris e Huarayos. Dovette inoltre confrontarsi con enormi serpenti (probabilmente anaconda) da cui derivò il nome del fiume Amarumayo o Rio de las Serpientes (Madre de Dios).

Secondo la leggenda, originatasi a partire dagli anni successivi alla conquista spagnola del Perù, un gruppo di sacerdoti incaici si sarebbe nascosto in queste foreste e, nell’intento di preservare la cultura tradizionale, avrebbe fondato una città chiamata Paititi (dal quechua Paikikin, uguale a, in relazione al Cuzco), dove avrebbe nascosto, oltre ad antichissime conoscenze esoteriche, immani tesori.

Dal punto di vista geografico la conca del Madre de Dios appartenente al Perú, è estesa circa 85.000 chilometri quadrati (più di tre volte la Lombardia).

Il Madre de Dios, i cui affluenti principali sono il Manu e il Rio de las Piedras, è lungo circa 1100 chilometri ed è tributario del Beni, che a sua volta, unendosi con il Mamorè, forma il Madeira, il più possente degli affluenti del Rio delle Amazzoni.

Il territorio, nella parte occidentale è montuoso e accidentato, caratterizzato da vegetazione tropicale detta selva alta. Proseguendo verso est invece, si avanza nella foresta pluviale tropicale, con temperatura costantemente alta e forte umidità relativa.

Il primo avventuriero che s’inoltrò nella foresta del Madre de Dios fu Pedro de Candia, uno dei conquistadores del Perù, luogotenente di Francisco Pizarro. Siccome aveva ottenuto delle informazioni da alcune sue concubine indigene che gli descrissero una città ricca in oro chiamata Ambaya si decise a intraprendere la spedizione. Partì da Paucartambo nel 1538 avanzando nella selva tropicale verso est per circa 150 chilometri. La spedizione però non ebbe l’esito sperato in quanto fu attaccata da feroci nativi in un villaggio chiamato Abiseo, dove si decise di rientrare verso il Cuzco.

Nel 1566 Juan Alvarez Maldonado si spinse nella selva alla ricerca di Paititi, ma dovette presto rinunciare, in seguito ad attacchi indigeni e malattie.

A partire dall’inizio del XVII secolo, i Gesuiti fondarono varie missioni nella zona, ed acquisirono importanti informazioni su una città nascosta, di origine Incas, nella selva del Madre de Dios.

In particolare il padre Andrea Lopez, in una sua lettera a Claudio Acquaviva, superiore generale della Compagnia di Gesù, riporta dettagliate informazioni su Paititi, città pavimentata d’oro e ricchissima di pietre preziose.

Questo documento fu scoperto nel 2001 dall’archeologo Mario Polia negli archivi del Vaticano.

Anche altri missionari, negli anni successivi, come Francisco de Cale nel 1686 e Benito Jeronimo Feijoo nel 1730 descrissero la città di Paititi. Sembra che il Vaticano abbia custodito gelosamente queste informazioni nel corso degli anni. Perchè ?

La zona del Madre de Dios non fu solo luogo esplorato da avventurieri e archeologi in cerca di Paititi. Sul finire del XIX secolo un imprenditore peruviano, Carlos Fermin Fitzcarrald, si distinse per un impresa epica, che aveva come fine lo sfruttamento commerciale della conca del Madre de Dios, allora minacciata da incursioni di brasiliani e boliviani spinti dalla speranza di enormi guadagni derivati dall’albero della gomma (caucciù).

Fizcarrald, dalla cui avventura fu tratto un lungometraggio interpretato da Klaus Kinski e Cluadia Cardinale, era proprietario di enormi piantagioni di caucciù nella zona dell’Ucayali. Resosi conto che le sorgenti del Serjali, facente parte della conca dell’Ucayali, distavano pochi chilometri dalle fonti del Caspajali, facente parte del bacino del Madre de Dios, decise di costruire un passaggio tra i due fiumi, chiamato poi “istmo di Fizcarrald”.

Nel 1894, Dopo aver disarmato il suo battello Contamana, Fitzcarrald, con l’aiuto di centinaia di indigeni, lo fece trasportare dall’altra parte dello spartiacque, nella conca del Madre de Dios, dove fu riarmato. Quindi navigò lungo il Rio Manu e attraverso il Madre de Dios fino a un avamposto di un cauchero boliviano, Nicolas Suarez, con il quale siglò importanti accordi commerciali. Il passaggio della Contamana attraverso la collina fu un successo che permise a Fiztcarrald di accrescere notevolmente la sua fortuna sfruttando anche il bacino del Madre de Dios. L’avventuriero morì pochi anni dopo, nelle rapide dell’Urubamba, nell’intento di salvare la vita a un suo amico.

Quando, intorno al 1925, la febbre del caucciù si spense, in seguito alla caduta del prezzo internazionale della gomma, la conca del Madre de Dios tornò a essere poco attrattiva per gli imprenditori, che l’abbandonarono al suo destino.

Nella seconda parte del XX secolo reiniziarono le ricerche per trovare Paititi, la città perduta degli Incas.

Negli anni 60 del secolo scorso, il peruviano Carlos Neuenschwander Landa portò a termine 27 spedizioni in cerca di Paititi. Anche se raccolse importante materiale archeologico risalente all’era incaica non trovò l’anelata città. Nel 1970 lo statunitense Robert Nichols e i francesi Serge Debrù e Gerard Puel scomparvero misteriosamente nell’intento di trovare la mitica città.

Per l’archeologo Fernando Soto Roland Paititi è difesa da un gruppo di indigeni di origine incaica, conosciuti come Kuga-Pacoris, la cui ferocia è ben conosciuta nelle credenze popolari. Sarebbero stati loro, secondo Neuenschwander Landa, che avrebbero impedito l’accesso ai due francesi e allo statunitense.

Una delle più importanti spedizioni alla ricerca di Paititi si ebbe nel 1979, quando Herbert e Nicole Cartagena scoprirono le rovine di un avamposto incaico che fu chiamato Mameria. I manufatti che furono trovati nelle vicinanze indicano che Mameria rappresentava un avamposto agricolo e un posto d’osservazione.

Negli anni 80 del secolo scorso l’archeologo statunitense Greg Deyermenjian portò a termine varie spedizioni e sebbene documentò e studiò vari siti archeologici, non riuscì a trovare la città di Paititi.

Nel 2002 l’esploratore polacco Jacek Palkiewicz intraprese un’imponente spedizione nella zona del Madre de Dios. Dopo 21 giorni di cammino individuò un acquitrino completamente occultato dalla vegetazione. Con l’aiuto di strumenti radar, alcuni archeologi della spedizione trovarono un labirinto sotterraneo situato sott’acqua che potrebbe essere parte della città. Ancora non si sa se nel fondo dello stagno incontrato da Palkiewicz vi sia l’immane ricchezza degli Incas o se quel luogo abbia “solo” un enorme valore archeologico.

Nella conca del Madre de Dios si trova il parco nazionale del Manu, grande più di 1.700.000 ettari (metà della Svizzera). E’ una delle aree protette meglio conservate del mondo.

Questo santuario della biodiversità animale e vegetale si estende dai 4000 metri di altitudine sul livello del mare, nelle montagne chiamate Apu Kanahuay (vicino a Dio in lingua quechua), fino ai 200 metri d’altezza nella foresta pluviale tropicale, dove il Rio Manu si incontra con il Madre de Dios, presso il villaggio di Boca Manu.

Nel Manu vi sono più di 1300 varietà di farfalle (441 nell’intera Europa), 1000 specie di uccelli, 100 differenti generi di pipistrelli, oltre a scimmie, rettili, pappagalli, felini (giaguaro) e naturalmente pesci come lo zungaro e il paiche (pirarucù) oltre a un numero imprecisato di differenti specie di insetti, alcuni ancora sconosciuti.

Nel parco nazionale del Manu vi sono vari gruppi indigeni. Alcuni hanno scelto di vivere nell’interno della foresta primaria e di evitare qualsiasi contatto con i peruviani. I gruppi tribali si dividono per appartenenza linguistica.

I Mascopiros parlano lingue appartenenti al Pano. Gli Huachipaery e gli Amarakaery si esprimono nell’idioma Arakmbut. La maggioranza di loro vivono nelle comunità di Queros, dove si trovano i petroglifi di Jinkiori, e Santa Rosa de Huacari.

Il gruppo di nativi più numeroso è l’etnia Matsiguenkas la cui lingua appartiene al ceppo Arawak.

I Matsiguenkas hanno mantenuto nel corso degli anni frequenti contatti con i popoli andini di lingua quechua specialmente nelle vicinanze di Kosnipata.

La maggioranza di loro vivono nei villaggi di Palotoa-Teparo, Tayakoma, Yonubato e Santa Rosa de Huacaria. Coltivano riso, yuca, patate, frutta e alcuni di essi fanno uso della foglia di coca che masticano per attenuare la fatica e la fame. Spesso bruciano il tronco di un albero chiamato manakarako ottenendone del carbone le cui ceneri vengono mischiate con le foglie di coca per ottenere un effetto più efficace. Inoltre cacciano con frecce e pescano per variare la loro alimentazione.

All’interno del parco nazionale vi sono poi i Kuga-Pacoris conosciuti per la loro aggressività. E’ difficile e pericoloso cercare di incontrarli perché preferiscono non avere contatti con altri popoli.

Uno dei luoghi più interessanti dal punto di vista archeologico dell’intera conca del Madre de Dios sono i petroglifi di Pusharo, situati presso il fiume Palotoa. Questo corso d’acqua, che sorge a circa 1000 sul livello del mare nella cordillera detta Pini Pini, è tributario del Madre de Dios e vi si unisce poco a valle del villaggio di Santa Cruz.

I petroglifi di Pusharo, scoperti inizialmente nel 1909 da un canchero, furono descritti come lettere gotiche scolpite nella roccia. Nel 1921 il missionario domenicano Vicente de Cenitagoya, accompagnato da altri religiosi e da indigeni Matsiguenkas, visitò il sito e giunse alla conclusione che le incisioni fossero una forma di scrittura orientale raffigurante scene del Vecchio e Nuovo Testamento.

Questi petroglifi sono stati fatti utilizzando delle asce di pietra, probabilmente intorno al primo millennio dopo Cristo. Nelle pareti di roccia attigue al fiume Palotoa vi sono rappresentate figure antropomorfe, come volti umani, zoomorfe, come serpenti od orme di felini e uccelli, e geometrico-astratte, non interpretate. Queste ultime si dividono in cerchi, quadrati, spirali labirintiche, catene attorcigliate, triangoli. Inoltre vi sono delle raffigurazioni del sole o della luna.

Le figure che colpiscono di più il visitatore sono le incisioni cefaliformi, che forse descrivono delle maschere utilizzate da antichi abitatori della selva.

Da attenti studi del sito si giunse alla conclusione che i motivi dominanti di queste incisioni sono il totem felino e il sole, considerato come portatore di vita.

Questi petroglifi sono stati interpretati nel corso degli ultimi decenni da vari avventurieri e archeologi. Alcuni di essi li hanno relazionati a Paititi pensando che fossero una sorta di mappa per raggiungere la mitica città.

A mio parere queste incisioni rupestri sono una forma di espressione di un popolo amazzonico vissuto nella conca del Madre de Dios in epoche remote. Forse si tratta degli antenati dei Matsiguenkas (origine arawak).

E’ possibile che i misteriosi autori del magistrale intaglio siano stati influenzati dagli Incas e abbiano ritoccato il petroglifo nei secoli successivi come dimostrano alcuni segni di origine incaica.

In ogni caso queste rappresentazioni artistiche rappresentano il primo passo che avrebbe portato quel popolo a forme di espressione più complesse come la pittografia o i geroglifici.

Per il noto archeologo Reichel-Dolmatoff le incisioni rupestri potrebbero essere rappresentazioni astratte di mitologie o concezioni cosmologiche, create da soggetti che si trovavano sotto l’influenza di piante allucinogene come l’ayahuasca (yajé).

In effetti le sensazioni che si provano dopo aver fatto uso dell’ayahuasca, spesso associato con altre piante come la charcuna (psychotria viridis), sono alterazioni del senso visivo. Si vedono colori intensi e reti esagonali. Curiosamente queste forme geometriche appaiono frequentemente nell’arte rupestre del Nuovo Mondo.

Navigando a valle lungo il Madre de Dios si incontra l’abitato di Boca Manu, poco oltre la confluenza dell’omonimo fiume.

Quindi dopo circa 10 ore di peque-peque, si incontra il Rio Colorado (chiamato anche Karene). In questa zona e nei fiumi vicini, come l’Iñabari (che fu chiamato dagli spagnoli Rio Magno), lo Huepetue e il Pukiri, furono scoperte, a partire dal 1970, delle discrete quantità d’oro, mischiate alla sabbia delle rive fluviali.

In poco tempo i villaggi si riempirono di coloni in cerca di fortuna

Avamposti come Colorado, Mazuko e Laberinto fino ad allora abitati da qualche decina di persone si ingrossarono all’inverosimile, non solo di disperati cercatori d’oro ma anche di commercianti avidi e senza scrupoli.

Siccome l’oro si trova primariamente in sedimenti di argilla o sabbia a volte situati a tre metri di profondità, è necessario scavare per poi filtrare il materiale in reti finissime che non lasciano passare la polvere d’oro.

Viene quindi aggiunto del mercurio liquido che serve da collante per aggregare le varie particelle d’oro. L’ultimo procedimento è la fusione: il mercurio si scioglie e finalmente è possibile vedere piccole pepite d’oro.

Il mercurio, che finisce nei fiumi, è un potente veleno che uccide i pesci e sterilizza le acque e l’humus delle rive fluviali. L’estrazione dell’oro con processi artigianali è pertanto pericolosa per l’ambiente naturale in quanto con l’eliminazione dell’humus è sempre più difficile la crescita di nuovi alberi

Nell’intera conca del Madre de Dios si estraggono circa 8 tonnellate d’oro all’anno: un’enorme ricchezza di cui però non si beneficia la popolazione.

La maggioranza dei lavoratori proviene da zone poverissime del Perú, aree rurali dei dipartimenti di Puno o Arequipa. Alcuni di loro che hanno problemi con la giustizia, pensano di rifarsi una vita lavorando come cercatori d’oro nella selva e di diventare ricchi in poco tempo. La realtà è ben diversa.

Vengono assoldati da “caporali” che li pagano circa 600 soles (150 euro) al mese per 14-16 ore di duro lavoro al giorno.

Ai “caporali”, che sfruttano illegalmente le rive dei fiumi (senza pagare la concessione al governo), rimane l’oro ottenuto con la fatica di questi ragazzi.

Alcuni di questi disperati finiscono per ammalarsi di malaria, lesmaniasi o epatite in quanto le condizioni igieniche sono disastrose. Molti s’indebitano con i loro padroni o contraggono malattie veneree nei postriboli di Colorado.

L’oro viene rivenduto nei villaggi a circa 75-80 soles al grammo e quindi rivenduto a traders di Cuzco o Juliaca.

Proseguendo verso la capitale del dipartimento, Puerto Maldonado, s’incontra un’enorme strada sterrata, che presto sarà asfaltata e interconnessa ad una strada amazzonica brasiliana. Il Madre de Dios fa gola a grandi multinazionali, e deve essere connesso al Cuzco con una strada asfaltata al più presto.

Come si vede il Madre de Dios è il luogo dei contrasti: parchi immensi e incontaminati a ovest, dove ancora vivono indigeni no contactados, e sfruttamento minerario incondizionato nel centro, dove non sono garantite le condizioni minime di lavoro.

Si spera che i governati locali sappiano, in un futuro non lontano, conciliare le esigenze di preservazione delle aree naturali protette con uno sviluppo economico equo, che possa beneficiare tutti gli strati della popolazione, indigeni inclusi, rispettando la loro cultura secolare.

Storia e geografia del Madre de Dios di Yuri Leveratto 11/08/2008
2008 Copyright
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